IN QUESTA PAGINA SONO RAGGRUPPATE UNA PARTE DELLE PASSATE ESPERIENZE TEATRALI DELL'ORMAI ESTINTO GRUPPO CORPORA DI CUI IO UNICO MEMBRO RIMASTO IN QUESTO LUOGO MI ACCINGO A PRESERVARNE IL RICORDO PER I POSTERI, DA SPECIFICARE CHE QUESTA GALLERIA E' FINE A SE STESSA, NON FA NESSUN RIFERIMENTO AD ALTRE SEZIONI DEL SITO, QUESTO SPAZIO E' DEDICATO SOLO ALLA CONSERVAZIONE DI UN PASSATO ARTISTICO NEL QUALE I VARI MEMBRI HANNO DATO UN CONTRIBUTO. QUESTA GALLERIA E' ESTERNA NON ACCOMUNABILE A NESSUNA DELLE ALTRE SEZIONI DEL SITO CHE SONO DI INTERESSE E IDEE, SOLO DEL WEBMASTER, CHE IN QUESTA GALLERIA HA COSTRUITO UN MONUMENTO VIRTUALE AL PASSATO DEL GRUPPO, LAVORI TEATRALI, RICONOSCIMENTI MEZZO STAMPA, NON VUOL ESSERE NE UNA FORMA DI DIFFAMAZIONE, NE DI OFFESA, MA SOLO UN RICORDO GLORIOSO, DI CUI SONO FIERO DI AVERNE FATTO PARTE. IL NOME GTSCORPORA E' UN NOME REGISTRATO ALLA MIA PERSONA E QUINDI NON PUOI' ESSERE USATO SENZA AUTORIZZAZIONE DEL WEBMASTER.

 

(Le fonti da cui ho potuto raccogliere tali informazioni)

BLOB - Castellammare Di Stabia

METROPOLIS - Castellammare Di Stabia

EMEROTECA - Napoli

Genesi a Rebours

fu scritto dal regista Fattoruso come spiegazione della sua arte figurativa ed artistica, donato al sito nel periodo della sua creazione. I dialoghi, le idee, i copioni, le affermazioni, e tutto quello ivi scritto sono affermazioni dettate al webmaster dal regista, in cui il webmaster ha scritto nel sito fedelmente senza cambiarne ne il contenuto e la forma. Per motivi esuli dalla mia volontà i nomi degli attori che prima erano segnati nei dialoghi fornitimi dal regista sono stati eliminati e sostituiti dai nomi scenici usati dagli stessi. Le pubblicazioni di immagini di giornali e riviste sono stati inseriti senza modifiche perchè essendo già pubblici non necessitano di censura.

 

Il teatro si fa hic et nunc – il teatro non si legge – ma si compie ed è agito nel presente immortale che però mai si ripete. L’azione teatrale è immanenza rituale in luoghi possibilmente , se non esclusivamente atipici e di per sé ateatrali. L’esserci in scena è ossessiva e maniacale volontà, nelle sue radici piu’ profonde, desiderio, pulsione, passione, istinto di rappresentarsi nella totale nudità umana quale vox e quate corpus. È teatro di post-neo-avanguardia ed è quindi per sua essenza volutamente e caparbiamente non di massa. Non perché Mimmo possa odiare le masse o le folle, ma semplicemente perché il teatro di Corpora è per pochi Eletti. Non per natura di censo o come si diceva OLIM = di classe, ma per natura di scelte culturali ed esistenziali. È teatro di provocazione infinita sia nella scelta testuale, sia nella cosiddetta recitazione verbale. È pur sempre e dolcemente sempre teatro che scuote, che smuove, che irrita, che disgusta e che eccita sia la mente che il corpo. Il pubblico per quanto spettatore che guarda inguaribilmente legato al suo ruolo di comodo voyeur sicuro nella sua certezza di identità irremovibile di fruitore, diventa suo malgrado anch’esso attore e compartecipe, quanto meno sospinto dalla performance teatrale a godere intellettualmente e fisicamente o a soffrire e a ribellarsi, allontanandosi o protestando. Nel gioco teatrale – gioco non in quanto divertimento infantile, ma in quanto messa in gioco del proprio IO e della propria identità – ci si mostra e, quindi, si appare agli occhi indiscreti dell’Altro ( IL FUORI DA SE’ – IL PUBBLICO CHE OSSERVA E GIUDICA) come esseri veri, fatti di carne e di ossa, di lingua e di voce, di ‘CORPUS’ totale, intenti a ‘fingere’ , ‘non fingere’ , cioè a bere o a mangiare, a graffiarsi o a sputarsi addosso , a lacerarsi l’anima ele membra , quale vera finzione reale. La finzione teatrale diventa un alibi gradevolissimo per inscenare il racconto di sé e delle proprie pulsione, inibizioni, paure, gioie, cioè in sintesi del proprio narcisistico tormento e della propria voluttuosa estasi. Ed è il teatro mito e rito: logos ed azione, parola e movimento, gestualità e ricerca del sé davanti agli altri e non nel chiuso, nella gabbia della propria stanza interiore ed esteriore. Pertanto i ‘testi’ sono per Corpora i luoghi privilegiati di scelte intellettuali e culturali, sono i ‘pretesti’ da cui si parte per farne suo di stravolgimento e/o capovolgimento in modo da ricreare ex novo nuovi ‘testi’ imbevuti e imbrattati di umori e di odori, di sangue e di saliva, di alcool e di frutta, di dolci e di amari, di vita e di morte. Inevitabilmente e drammaticamente sempre accadono fatti e si verificano situazioni estreme di amore e di odio, di attrazione e di repulsione, di accoglienza (SOLIDARIETA’) e di rifiuto ( RAZZISMO) e da parte dell’Altro e da parte delle varie anime di Corpora, dei vari ‘attori’ ed ‘attrici’ che spesso si trovano coinvolti/e in stravolgimenti in scena non previsti e dettati dalla rabbia, furia amorosa e distruttrice di Mimmo. È come voler distruggere, li direttamente in scena, o cullarsi nell’estasi dell’ebrezza o del piacere, sull’onda di musiche dal vivo o registrate, le piu’ incompatibili e distanti tra loro, SI!, è un impulso inconscio che prorompe ex abrupto a scardinare anche il progetto preparato e confezionato durante estenuanti sedute di prove teatrali. E, quindi, discussioni, chiarimenti, litigi, distinguono e scatenano di vari sé narcisistici e ribelli di coloro che si trovano ad agire in una performance di Corpora. Per tali motivi il cast di Corpora è mutevole e cangiante, non è sempre il medesimo, non è mai identico a se stesso. Vi sono innamoramenti e distacchi, avvicinamenti e rotture, giacchè il Sé di Corpora è per sua natura dionisiaco e ‘pericoloso’: chi ne è attratto continua ad esserci, chi ne ha paura scappa via. Il vero motore di Corpora è il desiderio ancestrale della metamorfosi e della trasgressione, è il bisogno impellente, che non può essere represso o sublimato, della messa in discussione, crisi della propria identità di attore o di attrice, con sottili e fortissime implicazioni che avvinghiano e tormentano, come le spire bellissime e favolose dei mitici serpenti del Laocoonte scultoreo o di quello poetico virgiliano. Si, son le frecce disiate ed acuminate, pungenti e sorgenti di piacere e di sofferenze, quelle peccaminose e perturbanti frecce pittoriche e sotterranee dell’Io che da secoli martirizzano il bel ‘corpus’ di Sebastiano. Tale visione ermeneutica di Corpora è frutto in primis delle fantasie e delle elucrubazioni mentali del Maestro, cioè dell’ideatore e creatore del Gruppo, id est DOMENICO(detto MIMMO) FATTORUSO. E Corpora di conseguenza agisce o spesso è impedito ad agire in agro, cioè in territorio stabiano-gragnanese, in provincia di Napoli. In provincia, quindi, in zona periferica e distante dal trionfalismo a dall’onnipotenza dei famosi e osannati Gruppi Teatrali Napoletani. Non abbiamo una sede fissa, proviamo dove capita, a casa di uno o di un altro, d’estate preferibilmente in un bosco o in litore, in qualche scantinato, talvolta su una terrazza, dovunque sia possibile ‘sperimentare’ e ‘mettersi alla prova’. Come ci ‘finanziamo’? Con pochi soldi nostri e con l’aiuto di chi soprattutto a livello privato, crede in noi e con cifre assai modeste ci ‘sponsorizza’! A stento riusciamo a coprire le spese di ‘produzione’ e spesso ci troviamo indebitati. Ma imperterriti andiamo avanti. Ci affascinano le mitologie e le litografie, antiche ed attuali: greche, latine, italiane ed etiam orientali. Crediamo nel mito, inteso come logos(discorso), come reale e metaforico, come verità che è li scritta e trascritta, aperta a molteplici letture soggettive: e, quindi, il mito di MEDEA, strozzato e avviluppato nella rete dei significanti e dei significati di Euripide, di Seneca, di pisolini, di Wolf e di Mimmo, quale mito che si fa rito, cioè messa in scena dell’orrendo delitto della Mater che uccide i figli, un mito ‘capovolto’ e ‘decapitato’ giacche il reus(il colpevole) è al contrario del mito narrato, lui l’imbelle e ‘capitalista’ GIASONE ( si legga: Già –sone): in sintesi è il maschio greco, cioè latino, che sposta sulla donna , prima oggetto di desiderio e poi merce, oggetto da rifiutare e rinnegare, cancellare, la responsabilità dell’infanticidio. Ed è anche l’esaltazione del corpo nella orgia corporea e luminosa, provocatoria e polemica, nonché fascinosa e perturbante, quale luce possente che irrompe in scena e contamina passato e presente. È la visione del sé nello sforzo dei muscoli e nella gestualità danzante ed oscena. Lei, Medea, è la nuova assassina, la madre che uccide, senza saperlo, i figli tra la neve ed il freddo con l’arma non sua, ma guidata e diretta dalla mano di lui. La performance “M I M M E D E A” è stata presentata una sola volta al pubblico e non vi saranno mai piu’ repliche.

 

Data: 29 ( ventinove ) Dicembre 2 0 0 4.

Luogo: NAPOLI – Succorpo vanvitelliano della Real Casa dell’Annunziata.

Ingresso: Gratuito

Vi sono anche in poche parole sottesi richiami. Chi non ricorda la Moureau di Querelle quando canta il lamento d’amore di Wilde (Oscar, ovviamente ) nel film, Cult, mito di Fassbinder?

Chi sa, riesce a godere di piu’ la visione teatrale. Chi non sa, si accontenta di cedere solo quel che vede con gli occhi esteriori e al richiamo filmico c’è anche quello sonoro. Durante la performance si sente solo la musica del noto tema dell’Ognuno uccide ciò che ama.

Corpora è cosi. Ad esempio quando Mimmo inscena la pièce ‘In alto mare’ con la musica del famoso pezzo della Bertè in versione piu’ techno e da discoteca e si presenta con la canna da pesca in mano, c’è una sottile ironia trasgressiva che butta in mare la mitologia della saga degli Argonauti di Apollonio Rodio e la scaraventa al presente nella ricerca affannata e inutile di’pesci’ che sono assenti nel mare Nostrum. Quali ‘pesci’? Ad ognuno quelli che cerca. Chi cerca, trova. Bisogna, comunque, essere fortunati e toccati da dono divino. 

Esiste, comunque , per chi fosse interessato il DIVX dello spettacolo M I M M E D E A

Uomini , donne e OGGETTI.

Mimmo è una sorta di narratore-grillo parlante. Performer che narra o in registrazione ( sua è la voce dell’ancella anziana di Medea)o dal vivo. Spesso ‘improvvisa’ parole e gesti in base al suo umore e influssi interiori provenienti dalle anime ‘dannate’ del pubblico silente e nervoso. Perturba e sciocca giocando a sorpresa e quando meno te lo aspetti con il suo corpo. Frusta a sangue con un mazzo di rose Giasone-manichino legato e, poi, voluttuosamente e rabbiosamente mangia, divora le rose ( rosse, gialle, bianche ). È lui il filo rosso che lega le varie sequenze recitate dagli altri/altre.

Deus è il vecchio rè CREONTE.

Attore maestoso ed eccezionale nella sua smisurata grassezza e grandezza. Impersona in pieno con il corpo e con la voce, la terribile figura del crudelissimo re. Terrorizza ed incanta con le modulazioni sonore della potente voce maschile. Personaggio ‘ MALEDETTO’ e ‘TERRIBILE’. Solenne e maestoso, ti affascina con la sua recitazione naturalistico-espressionistica. Amedeo si immedesima totalmente nel personaggio. Deus in scena è Creonte! Non recita la parte del sovrano ‘cattivo’. La sua recitazione è ritmata da gesti e da moti, talvolta appena accennati, che traducono in immagine visivo-scultorea la sua libidinosa presenza di sovrano assetato di sangue e di sesso. Odia e nello stesso tempo ‘desidera’ infinitamente Medea. Il suo vero dramma è questo. Egli punisce Medea e la caccia via perché in verità egli la desidera, ma non può averla.

Le donne del gruppo furono terrorizzate e si ribellarono, ci fu una sommossa. Io e Amedeo fummo costretti ad accontentarle, altrimenti a dir loro non avrebbero piu’ recitato. Ricatto di donne o paura di ascoltare il non detto?

( DEUS / CREONTE ), Tant’è la stessa cosa, l’uno è l’altro, incarna in pieno sia quale significante pregnante, corpo presente nella sua voracità, simbolo del potere fagocitante, sia nella significanza corporea e verbale, quale forte presenza scenica, non è finzione, ma essenza reale: l’attore si trova a suo agio nelle vesti nere-funeree e negli ornamenti ‘metallari’ pungenti: non ‘recita’ ma impersona il suo Es profondo, sviscerato e legittimo dalla apparente finzione teatrale. Lui è Creonte, redivivo e resuscitato dalle pagine di Seneca. Nella performance, infatti, al di là del testo, base euripideo e della rilettura cinematografica pasoliniana, aleggia continuamente il Logos latino stupendamente barocco e lugubre del filosofo antico, il magister ‘fallito’ di Nerone. In creonte c’è verosimilmente anche l’effige dell’imperatore folle e crudele.

( MEDEA ): una Medea non dissimile dalla Medea pasoliniana nelle movenze e nelle fissità dello sguardo, nelle lente movenze corporee. Doppia presenza scenica: bianca all’inizio e rossa durante la performance. Bianca, quale infermiera o pazza da manicomio, nell’allucinato splendore appena rischiarato dalla luce dei fari nello spazio scenico del succorpo marmoreo: lì, automa-ombra di Mater-dannata, si aggira con la lama tra le mani e colpisce piu’ volte la gabbia-culla anch’essa bianca e ricolma di veli e stoffe. È come voce dell’inconscio che nega, invece di affermare, sillaba parole distorte appena percepibili: non sono stata io. E strofina con un panno il pavimento di marmo per cancellare le tracce, le macchie di sangue che non ci sono, ma che ella vede. E si aggira come folle reclusa nel luogo dell’orrore e del delitto e negando, scappa per andare ad indossare le purpuree vesti regali.

E quando Recita MEDEA scandisce con calma e lentezza, quasi impassibile dea-maga. Nella scena iniziale l’attrice si trova a suo agio: pigiama da camera-quasi divisa da infermiera o reclusa, zoccoli ai piedi, senza trucco, assonnata e stravolta, recita sillabando. Immedesimazione totale. Poi nella parte della barbara regina, della donna ormai tradita dal vile giàsone, lì incatenato alla colonna davanti a lei, corpo inerte incatenato ed impotente. Lei lo guarda con disprezzo e con mal celata soddisfazione di dea vendicatrice. Nel colloquio con la nutrice in realtà assistiamo ad un monologo assurdo, giacchè la vecchia nutrice non è in scena: Lei parla al vento, si rivolge al vuoto, parla tra sé. La nutrice assente ed in verità l’attrice che avrebbe dovuto impersonare la parte dell’assennata vecchia, all’ultimo momento non è arrivata a Napoli:

La nutrice ha perso il treno o ha voluto perderlo per paura teatrale. Mimmo sa a memoria la sua parte e recita, senza farsi vedere, come voce fuori campo. Estraniamento totale. Ancora Seneca. Così lentamente, quasi statua di marmo, R.Medea dice, rubando a Seneca i versi:


La irrazionalità surreale della Mater assassina diventa, al contrario, controllata e naturalistico-impassibile, recitazione razionale nelle vesti Splendenti e fiammeggianti della Medea ultrice. Medea è entrata nei panni della ‘pazza’ iniziale con assoluta naturalità, laddove nell’incorporare nella voce e nella soma la figura della barbara ha trovato piu’ difficoltà e intoppi. Incalzata dalla virulenta passione recitativa di CREONTE, ha, poi, reagito ed è diventata finalmente la MEDEA da me sognata. Dopo tale interpretazione, l’attrice si è ritirata dalle scene ed è uscita da ‘Corpora’. Per lei probabilmente il teatro è stata solo una esperienza da attraversare una volta e da abbandonare. Precisa e zelante durante le prove, brava nel memorizzare, permalosa e leggermente intimorita dall’atteggiamento di AMEDEO / CREONTE, al momento opportuno a saputo reagire con forza e con decisione, mettendo un bel muro tra ‘finzione recitativa’ e ‘verità personale’. Sempre controllata ed attenta ai gesti e alle parole, non ha mai confuso i ‘ruoli’: da una parte lei, Medea, dal corpo maestoso e dalla prorompente sensualità femminea, pronta a buttare a mare la ‘passio’ teatrale per la carriera, cioè DONNA IN CARRIERA, dall’altra la sua MEDEA, sottilmente e sadicamente tessitrice d’inganni, padrona di sé, anche della propria galoppante follia omicida, si è calata pian piano nella propria maschera tragica. Una MEDEA fredda, forse troppo ‘regolare’ e ‘celebrale’, tranne i momenti in scena di folle corsa tra le colonne vanvitelliane. Sguardo altero e sprezzanteper il fantasma di Giàsone, il manichino nero legato ed inerte, forse per lei simbolo del ‘maschio’ reale da incatenare e da rinnegare, in innegabile sfida-contesa con l’altra donna in scena, GLAUCE, nemica nel mito ed amica nella vita, ma si sa, le donne, soprattutto in teatro, diventano ‘rivali’, pur non ammettendolo, esse, lo si sa, sono bravissime ‘attrici’ soprattutto nel reale. Sempre critica ed attenta agli errori degli altri, durante le prove, novella profetessa Cassandra, cioè colei che dice il vero e non è creduta, ha subito capito, meglio di Mimmo, la fragilità teatrale di La Nutrice, l’altra attrice alle prime armi, incerta ed indecisa, insicura e balbettante, e ha giustamente temuto quello che poi si è verificato: la fuga dalla scena di La Nutrice, donna confusa ed inadatta alla recitazione. E senza peli sulla lingua, R. gliel’ha detto in faccia alla povera La Nutrice. Noi altri, io per primo e GLAUCE ed DEUS e SCENOGRAFO, abbiam cercato di rassicurare La nutrive, di incoraggiarla , di spronarla a vincere la paura del dire, dell’essere in scena, di diventare ‘ancella’ di Medea. Conflitti tremendi dell’Io: sempre foglio in mano, il copione, durante le prove, soprattutto nella stanza claustrofobia, ma anche all’aperto tra le acque e gli alberi della Forma di Gragnano. Per noi tutti il ‘tradimento’ della NUTRICE è stato vissuto come un fallimento del gruppo. In realtà La NUTRICE ha lottato sino allo spasimo contro il ‘timor scenae’ e non ce l’ha fatta. L’insicurezza di sé e del proprio IO è stata piu’ potente della sua voglia di calcare le scene. Infatti il teatro è ‘terapia’: può essere fonte di ‘salvezza’ o di ‘perdizione’, può essere ‘cura’ di sé e del proprio IO, sia corporeo che mentale.

La cosiddetta ‘finzione’ è al contrario ‘introspezione’: il recitare ti costringe a guardarti dentro e anche fuori. Sei li davanti agli altri, col tuo corpo e la tua psiche. Tutto è davanti all’Altro: voci, gesti, tic, certezze ed incertezze, paure e desideri, bisogni e inibizioni. Perché La Nutrice non è riuscita a superare il blocco? Eppure precedentemente in un’altra performance di gruppo, quella volta nell’immenso salone da bar belle NUOVE TERME STABIANE, quando lei timidamente recitò, con voce sommessa e gesti pudici, la ‘GINESTRA’ leopardiana, si, è vero, ‘lectio scolastica, lenta ed incerta, ma allora fu in scena, sia pur con paura rattenuta e racchiusa dentro, evidente, però, nell’incertezza della pronuncia. Si rappresentava allora ‘DE TERRAE MOTU’ in duplice faccia: da una parte quella piu’ ‘napoletana’ e ‘tradizionale’ con un pezzo teatrale del Professor DE MARCO accoppiata ad una ‘rilettura’ tragica delle pagine dei quotidiani del Sud sul ‘terremoto’ orrendo dell’80 e dall’altra il TERREMOTO interiore ed onirico-solipsistico e surreale-narcisistico ed osceno di Mimmo che scandalizza il pubblico con il bagno di sangue in diretta. Ne parleremo, poi. Si diceva, allora La NUTRICE recitò: come scolara diligente, tutta di nero vestita, nascosta nel fondo della scena e finalmente davanti al microfono a ‘ricordare’, pur con qualche inciampo’, il carme-poemetto del poeta di Recanati. Allora si, perché in fondo era quasi come a scuola: la ‘bambina’ recita la sua poesia. In MIMMEDEA la situazione scenica era ben diversa: La Nutrice doveva affrontare MEDEA! E fu paura, atavico terrore. Paura di sé o del confronto con l’Altra? La Nutrice non ha superato la prova della scena. La ‘terapia’ è fallita per lei. Stranamente, però, a distanza di tempo, all’improvviso, quando meno te lo aspetti, durante una conversazione o una cena, soprattutto quando è in tranquilla confidenza d’amicizia con me, mi recita a perfezione le sue battute, quelle che, poi, dovetti recitare io con lettura stravolta alla Carmelo Bene. Volete un’ esemplicazione?

Lectura Linda

 

E' tutta colpa mia.

Sapevo che al castigo non si sfugge, ah, io sono pratica di punizioni, il castigo si scatena dentro di me molto prima che ne conosca il volto, ora lo conosco e mi getto a terra davanti all'altare di Elio... e mi strappo le vesti e mi graffio il viso e lo supplico di allontanare il castigo dalla mia città e di imporlo solo a me,..... a me,... LA COLPEVOLE!

La PESTE. Ah, é la cosa peggiore! Può esistere una colpa capace di attirarsi il castigo della peste? Creonte, il padre, ha ragione, devo cancellare dalla memoria il nome di quella donna. Devo togliermela dalla testa interamente, strapparmela dal cuore, bisogna che io mi faccia chiedere o che mi chieda io stessa come sia potuto accadere che aprissí il cuore a lei,. . . . a lei,.. che per noi resterà sempre STRANIERA...

La odio.      Come la odio.       Ci credo che abbia ucciso il fratellino. E' capace di qualsiasi cosa. Una come lei può attirare su una città tutto í1 male che gli DEI sono capaci di mandare, se la si lascia fare, dovrebbe semplicemente sparire..... come se non fosse mai stata qui, lei stessa mi ha insegnato che non devo proibirmi nessun pensiero, che bisogna poter pensare i desideri più devianti, ma ora mi chiedo se sarebbe rimasta, qualora avesse conosciuto tutti í miei desideri devianti!

La donna perirà, ed é bene cosi.

Giasone resterà!

Perché quello fu il mio segreto trionfo e la mia profonda inquietudine , le ero sfuggita grazie alla mia passione, LEI,

che pareva sapere di me più di quanto ne sapessi 10 , LEI,

non sospettò dove potessero arrivare í miei desideri che aveva liberato dalla paura, quale forma potessero assumere semmai

o a quale forma potessero attaccarsi...O a quale voce, perché ho sentito prima la voce.... Allorché mi ridestai da una sorta di sonno profondo , la testa sempre fiduciosamente nel grembo di lei... . Di LEL.,di LEL.,LA SCELLERATA!

GIASONE.

Lo vidi come per la prima volta, ascoltai il timbro della sua voce, quanto si preoccupava insieme alla donna per la mia salute, non ho parole per ciò che provai, mi alzai, mi sentivo meglio e nello steso tempo peggio, non era possibíle rivolgere i1 mio desiderio all'uomo che apparteneva a quella donna, e non era possibile rinunciarvi.

Per tanti anni, lei mi disse: "hai cercato di conciliare l'inconciliabile, questo ti ha reso malata!". La danna perirà, ed è bene così. Giasone resterà!

Preparano qualcosa contro di lei.

Me lo nascondono, io riesco a scoprire tutto quello che devo sapere, faccio domande ingenue ai servi con espressione sciocca, sono così abituati a considerarmi folle, anzi , idiota, che parlano liberamente in mia presenza....

Quando si ha paura bisogna avere informazioni precise sul proprio ambiente, come un animale debole nella giungla,

la donna lo capiva bene, sapeva bene com'è difficile scacciare la paura, com'è appostata appena sotto la superficie per erompere di nuovo, finché ha potuto, glielo riconosco,

ha cercato di mantenere i1 rapporto con me, anche quando oramai avrebbe avuto lei stessa motivo di avere paura. Giasone appare sempre pi ú spesso la dove mi trovo io!

E ogni volta mi sobbalza il cuore!

Giasone, che è tanto stupido da ignorare che è mio padre a mandarmelo. Che è legato ad un'altra, che lo sarà sempre, lo so. Non ci si sbarazzerà mai più di lei.....

Ma forse che una come me può rifiutare un dono degli DEI?

Non devo forse raccogliere le briciole che cadono dal tavolo altrui? Hanno un sapore amaro e tuttavia anche dolce,

tanto più dolce quanto più lui sl allontana.. Allora è con me nei pensieri, mi parla, come non mi ha parlato mi tocca come non mi toccherà mai, mi procura una felicità che non conoscevo,

'Ah Giasone!

La donna perirà, ed è bene così. Giasone resterà!

Corinto avrà un nuova re.

E io prenderò posto accanto a questo re.. E dimenticherò, dimenticherò, finalmente potrò nuovamente dimenticare.

Chi mi dona queste preziose vesti regali? Ma mentre le indosso odo delle voci.... Che cosa è successo la fuori?

Che sta accadendo?

Che cosa significa questo suono che cresce di tono da tante gole? Che cosa urlano?

Che cosa è questo nome maledetto? La vogliono,.. DEI!!!

Vogliano la donna. Elio aiuto!!!

La mia pelle, le mie carni bruciano! Ritorna, la sento, già mi strozza, già mi scuote, non c'è nessuno? Nessuno mi aiuta?

Nessuno mi afferra?

MEDEA!

 Glauce

Glauce in Mimmedea. Durante le prove -sia all'aperto tra í boschi di gragnano sia nella stanza claustrofobica e stretta-non vuole mai provare per prìma. Deve entrare nell'atmosfera della piéce sentire le voci degli altri/altre e poì inizia pian piano, quasi timida ed incerta e poi si lascia andare-vincendo remore e paure, e si cala nelle vestì della donna da rappresentare. E così il copione cade a terra .La sua interpretazione h all'inizio lenta e delicata-poi pian piano diventa sempre più forte ed intensa: alla 'vox' si accompagna una gestualità fascinosa e sensuale. Tra le colonne dell'Annunziata la sua presenza irrompe come una luce splendente. Con Medea, in scena­c'è quell'attrazione-repulsíone, cone M accarezzamento audace del corpo-maníchìno di Giasone e fastidio per il padre Creonte. Durante le prove Glauce non ha avuto problemi di relazione con gli altri e le altre-Inoltre alle prove era quasi sempre presente-come punto di riferimento sicuro, ìl suo compagno di vìta. Per Lei XXXXXXX è una sicurezza-certezza che la aiuta anche nelle prove teatrali. Con me si è sentita libera di esprimersi e le ho dato piena fiducia anche nella cucitura del testo. L'ho solo punzecchiata varie volte costringendola a memorizzare per bene e suggerendole di recitare in modo estraniato, quasi sonnambula, come fantasma del mito. In certi momenti, durante lo spettacolo a Napoli, ha tirato fuori una grinta favolosa, diventando anche lei una barbara maga. E' che in fondo tutte le donne son barbare e 'assassine'.

Nel romanzo della Wolf i personaggi sono 'VOCI* e a me è piaciuto dare corpo alla 'vox' di Glauce. La Wolf rilegge, reinterpreta il mito e scagiona Medea: non è lei l'assassina infanticida. tutto ricade sul 'potere' di  Corinto, su Creonte e sulla corte, sui loro misfatti ed atroci delitti già stati. Anche io, in maniera diversa, assolvo Medea ed incolpo Giasone il 'traditore'. E la mia 'lettura', la mia 'rilettura' non è stata influenzata dal testo della Wolf, perchè già a prove ìniziate, mi è capitato tra le mani il romanzo della tedesca. Me lo ha regalato Giovanna, una mia amica di Gragnano, un' attenta lettrice di testi insoliti. Solo allora è nato il personaggio di Glauce. Nel mito antico Glauce è personaggio trascurato, vittima infelice e donna colpevole di diventare l'oggetto di desiderio di Giasone. Nella Wolf, la nostra, Glauce è una donna sdoppiata, schìzofrenica, malata, desiderosa d'affetto e carica di sensi di colpa. E così ho voluto la mia 'Glauce', trovando in XXXXXXXX,nel suo apparente candore ingenuo e nel sottofondo 'barbaro' nascosto, l'interprete ideale.  Durante le prove XXXXXXX è stata dolce e comprensiva con La Nutrice, cercando di incoraggiarla, ma anche lei alla fine si è dovuta arrendere di fronte all'ostinata caparbietà, ossessiva e maniacale­ della negazione di La Nutrice, del suo rifiuto di essere 'nutrix'. Con Amedeo-Creonte piu' volte gli scontri, anche perché il nostro attore ci prova sempre con tutte, con l'albi della parte da recitare. E sì, ci prova­, si accosta, si attacca, accarezza .. e poi si trova respinto in malo modò. Creonte ha fatto così con tutte: con medea, con nutrice, con glauce. Bisogno d'affetto? Ricerca spasmodica di una compagna? Glí ho parlato e gli ho detto di cercarla altrove la 'donna' dei suoi sogni Erotico - Maniacali.

A Napoli, però, le due prime attrici Medea e Glauce si sono contese la scena: inconscianente? Non credo. Li vedevi gli sguardi-le tecniche fi 'seduzione' nei confronti dell'Altro. Meglio così: per dimostrare dì essere 'brave' hanno gareggiato nella recitazione e la tensione sottesa evidente ai miei occhi dì regísta-Padre, ha innescato un meccanismo sì potente da rendere la recitazione più vera e più 'mitica'. Infatti è accaduto che durante la performance i ruoli si sono invertiti. Medea talvolta sembrava 'Glauce' e Glauce talvolta sembrava ella Medea Non so se loro lo sanno o se ci hanno mai pensato. E' stato così ed è bene che sia stato cosi. la mia presenza, invece, è stata di altro tipo. Non ho interpretato un ruolo nel 'mito' nella prima parte. soprattutto, la mia presenza scenica, audacemente e volutamente provocatoria ­nella gestualità 'oscenamente' sensuale e nella 'recitazione' tramite 'vox' registrata, dava corpo ad un ruolo atìpico. Nella reggia libidinosa di Creonte, nella stanza del delitto del bambino. Io ero l'altro: il narratore-autore contemporaneo, che beve liquori e si lava con il liquido, che adora, l'alcool in bottiglia pregiata, che gioca con mazzi dì rose dai mille colori, e mangia davvero le rose davanti all'Altro, disgustato ed incredulo, che mima il coito sensuale o la masturbazione narcisistica. Sono io il  mago della scena, a trasformare la gabbia in culla e a sferzare con le spine delle rose il manichino legato. Sono io ad usare velí, stoffe, fruste, a servirmi di oggetti infantili per liberare il mio io inappagato. Ossessivo, tenace, testardo, godo in scena e non mi importa se il pubblico soffre e si adira. Introduco le musiche che pìaccìono a me, le più dissonanti e lontane tra loro e sull'onda della musica recito col corpo che mai si ferma. Creo e distruggo in scena, adoro e detesto gli oggetti di scena, li accarezzo e li rompo, lì ODIO. E non solo musiche registrate, ma anche dal vivo: tre pezzi del Gruppo stabiese BACKLASH, MUSICA gridata e forte, terribile ed adatta alla tematica barbarica. Tatuaggi sui corpi: sul mio soprattutto. Tutte le spalle dipinte, il dorso, ed anche le gambe: un serpente che tutto mi avvinghìa.

Il tatuatore? STANY di GRAFFITI di Castellammare di Stabia. Il fotografo di scena: il bravo e malinconico ENZO CRISCUOLO. I costumí: ín gran parte di SILVANA HUTTER, sempre disponibile e felice di lavorare con Corpora  E' stato un successo. Un pubblico eletto. Coraggioso. Come al solito, coi pochi soldi dei privati-sponsor non ce l'abbiamo fatta a recuperare e, quindi, ancora più indebitati di prima. In sintesi MIMMEDEA:

( logos, corpo, gestualità, danza, sperimentazione, provocazione, trasgressione.)

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      lasciamo stare le "quaestiones iuris" che -si sa, vanno sempre a

finire allo stesso nodo: il caso sarà archiviato perché un Gruppo Teatrale Sperimentale non può lottare contro Il POTERE! Si immagini ¬poi-se nello specifico il Gruppo si oppone a due donne: una Sindachessa e un'Animatrice culturale. Le donne ne sanno una piu' del Diavolo e sia tra l'altro, è antica leggenda che Quadrelle sia un paese dominato dal potere femminile Staremo-comunque -a vedere. L'acqua scorre-fluìsce e le cose cambiano: scorre il fiume e tutto cambia e sì trasforma. Prima o poi le 'verità' vengono a galla. Passiamo dalla 'prosa' alla poesia-dalla sporcizia del reale al sublime dell'arte. come diceva Quasimodo; non può esserci alleanza tra POESIA e POTERE, sono inconciliabili. Si aggiunge che per la performance 'SEBASTIANO' c'è ancora un altro ostacolo: la religione. E veda per Medea-un'eroina antica-ormai un logos-mithos che si studia solo nei Licei Classici e che-talvolta si rappresenta in Teatro. E' pur sempre
                         

                                                          " L E T T E R A T U R A "

 

è vero? Con 'Sebastiano' invece,si va a toccare un martire santo. La sacralità íntoccabile, quella cristallizzatasi in roccia calcarea, dura e ìnamovibìle, non può essere scalfita dalla fantasia dissacrante e demistificatríce di un Gruppo teatrale che odora di sperímentazione 'anarcoide'. Non toccate i Santì: si dice in coro. Tutto fuorché la Chiesa. Ma l'osta colo ci sprona ancora di. píù, ci appassiona e ci rende più audaci. E perché no? Chi lo ha stabilìto? L'ARTE non può aver lìmiti, è per sua essenza libera. e' al di là del bene e del male. Così ci siano buttati a capofitto nella realizzazione della piéce con entusiasmo e coscienza della trasgressione sacrale. il cast è in parte antico e in parte nuovo. Già si è accennato al 'rientro' di S. l'attrice di Gragnano che in Incubazione I e II aveva interpretato il difficile ruolo dell'ANDROGINO Nella piéce oniricoscena sull'martirio' d'amore e in un tormentato di passione dì LEOPARDI, il poeta omofilo legato nel rapporto terríbile e maledetto con il compagno ANTONIO (RANIERI), quando anche li la parte del napoletano play boy, ma in fondo gay velato¬era affidata ad un manichino nero(sempre Lui, l'attore fedelissimo che mai tradisce ed è sempre pronto a farsi legare, quella volta, però su un letto dì ferro arrugginito), ebbene LEI, la dolce e prepotente S. D. N., femmina dì Gragnano calda mite e nella sua apparente aggressività di domatrice di maschi, osò e fu grande, essere 'uomo' e 'donna in scena, scandalizzando e non poteva essere altrimenti, una parte del pubblico ed incantando gli altri. Dopo tempo è tornata ed è stata accolta a braccia aperte* Come si vede, chi esce spesso poi ritorna-sentendo il richiamo fasci noso dell'energia di Corpora. E' tornata piu' jn forma che mai. ED è in 'Sebastiano' la donna che cura e guarisce Sebastiano colpito dalle frecee. Lei è LICINA. Vedova inconsolabile-desiderosa d'amore e di sesso: coraggiosa e spericolata. Di nascosto ruba il 'cadavere' del bel martire insanguinato e lo conduce con sé nella alcova sotterranea. Il suo monologo è intenso e 'peccaminoso'. Altro dirvi non posso. Chi è S.? una donna forte e debole-gioiose e malinconica, domatrice e domata, assetata d'amore, quello vero. Anche lei, come me, preferisce le storie difficili e maledette, quelle impossibili. E per ciò spesso deve curarsi le ferite. Pittrice, scultrice, fra non molta dottoressa in Archìtettura e, quando vuole e quando può, attrice in CORPORA. Anche lei fa della sua vita un 'mito'. Già ai tempi di Incubazione I e II, fu tra quelle che scatenò tempeste e scontri nel Gruppo-soprattutto 'inter foeminas'. Allora era innamorata pazza di Lui-sempre lui, Carmine Dello Ioio, l'eterno oggetto di desiderio delle donne, e non poche furono le scenate durante le prove. Nel cast c'erano altre donne assai agguerrite. Il caso vuole, niente succede a caso, però che in 'Sebastiano' ella ricopra il ruolo di LICINA che all'inizio era predestinato a R.M., uscita poi dal Gruppo. Ebbene, le due donne sono state sempre 'nemiche'. Il teatro ha tirato ad entrambe un bel tiro: luna riveste-ricopre la parte dell'altra. L'assenza ingiustificata è stata colmata da una presenza perturbante. Di Licìna vi anticipo solo alcune battute:

" Ed ora io piango lacrime amare/ e lo vedo di notte/ nei miei sogni infuriati/  di vedova nera e bianca/ rossa e gialla e arancione/ E mentre penso a lui, mi masturbo/ e leggo gli ACTA MARTYRUM/ Fatelo anche voi".

Sì, glì Acta Martyrum, quelli in lingua latina in cui sì narra la vicenda del bel soldato dì Narbona. Coincidenze strane, però: sapete chi mi ha gentilmente 'regalato' il testo degli 'acta'? R.M. si proprio lei: infatti lavorando all'Università ed essendo un'esperta di letteratura latina medievale e soprattutto di codici antichi, mi ha fatto questo bel regalo. tutta la 'letteratura' su Sebastiano l'ho letta e digerita. I testi, però della piéce li ho scritti io ex novo. Anche la, parte di S. è farina del mio sacco. Quando scrivo le parti. mi calo in tutti i ruoli. Non mi immedesimo, ma tengo le distanze dovute. Anche per il 'ruolo' di Sebastiano, che sarà da me interpretato, cerco di mantenere le dìstanze. Si vedrà poì in scena, quando e se... si farà lo spettacolo. Per la parte dello imperatore DIOCLEZIANO, ovviamente chi meglio di AMEDEO LAURITANO, il CREONTE di MIMMEDEA, potrebbe rivestirlo? infatti AMEDEO ( DEUS) ora è DIOCLEZIANO e anche ora si è calato di brutto nella parte. Lui dice che adora rivestire, índossare ruoli dì personaggi cattivi e malvagi e libidinosi.

Inutile sottolineare che Diocleziano – Amedeo durante le prove ha preso qualche schiaffo da S.. Ormai è un dèja-vu. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Ma chissà, potrebbe esser anche la volta buona per l’inizio di un grande amore. Anche AMEDEO recita un monologo. Infatti la struttura della pièce è in gran parte sotto forma di monologhi. Ognuno parla tra sé e sé. Il logon si diffonde sulla scena. Situazione collettiva, ma fondamentalmente ‘monodica’. È una situazione onirico – claustrofobica , come quasi tutti i miei lavori. Amedeo è il ‘fottutissimo’ carnefice di vittime cristiane desideroso di annientare il ex favorito Sebastiano, il bel comandante della guardia pretoriana. Il soldato ‘traditore’, che rinega il paganesimo e abbraccia, anima e corpo il cristianesimo è l’ombra preferita dell’imperatore. Diocleziano ama ed odia Sebastiano, lo desidera e lo vuole veder morto. Ad un certo punto Amedeo – Diocles dichiara: “Quanti baci mi hai dato: per amore o per brama di potere? Quanti schiaffi hai preteso per godere di più? A quanti amori ho rinunciato per amore di te. Povero me! Il grandissimo Diocles preso in giro da una puttana in veste di comandante della guardia pretoriana”. Monologhi si, ma interferenze e soprattutto sguardi. Il gioco della pièce è giocato sulla gestualità visiva. Come fantasmi incarnati i personaggi pronunciano ‘parole’: logoi-miti.
Si raccontano: parlano interiormente. La ‘vox’ si sente, però. È la voce interiore, non del tutto Es, ma nelle sue vicinanze. C’è il filtro dell’Io- ragione. Nel monologo di Amedeo-Diocles c’è la vendetta in primis, ma nel più profondo pulsa ancora il forte desiderio. E c’è il piacere della tortura. Martirio e piacere, e desiderio di sangue. Soprattutto desiderio di immortalità:

 

“lo so, lo so che ti ho perso, ora”

- hic et nunc -

ma nei secula seculorum tu, carissimo Sebastiano, sarai per sempre mio. Nella mente, certamente. Il tuo corpus non è più mio: è di altri, è venduto, è comprato, è usato, è iconadi pittori e di registi del cinema; oggi invece, qui, davanti a tutti, oggetto di desiderio “puramente, teatrale”.

 

Sebastiano è, dunque, l’oggetto du désir: il desiderio di Mimmo quale desiderio dell’icona perturbante, che affonda le sue radici, nei tempi mitici dell’infanzia e dell’adolescenza, diventata in scena il desiderio del personaggio Diocles che ‘desidera’ il suo soldato. Il desiderio è, però portato in scena, rappresentato nella ‘fictio’ teatrale, diventa desiderio ‘verbale’ che si serve del ‘logos’, delle parole, cioè dei significanti per esteriorizzarsi e vivere.

Nella pièce, insomma, predomina il significante, il logos, il Mithos. Esso diventa in scena R I T O. rinnovarsi-ripetersi del ‘Martinio’. Il desiderio dell’autore che è vero desiderio di ‘possesso’ dell’icona non può avere altro mezzo per la realizzazione, per il conseguimento della meta, se non il tramite della ‘parola’ che si incarna nell’azione, nel rito. Ed è un rito che fa fatica a compiersi, quasi ci fosse un ostacolo impediente che si serve degli intoppi burocratici-politici per smontare e reprimere il dìsio. Esso. Però, il desiderio, intendo, col passare del tempo diventa sempre più forte e potente e aumenta la voglia del ‘possesso’ di Sebastiano, incalza la passio di ‘rappresentare’ in scena il martirio. Sebastiano è li, sulle pagine scritte: vive una vita autonoma, fissato nella gabbia, nel palo, tortura della rete verbale, ed è li, legato. Lo so che freme di slacciarsi, di far si che i significanti si incarnino nei ‘corpi’ degli attori per dare luogo alla rappresentazione mitica. Gli oggetti , gli strumenti del ‘rito’ sono anch’essi in trepidante attesa. I totem di Corpora soffrono il caldo estivo: la gabbia ed il manichino sono ‘inerti’ e ‘pazienti’: attendono di essere condotti nel luogo dell’azione. Chiedono ‘corpi’ umani che li tocchino e li facciano vivere in scena. Gli oggetti di Corpora hanno un’anima: parlano il loro linguaggio, si esprimono, sono ‘vivi’. Soffrono anch’essi del rinvio, dell’attesa. E il palo della tortura, l’albero del desiderio e del peccato, vive nella fantasia dei due scenografi che hanno il compito di ‘creare’. Per ‘Sebastiano’, infatti, accanto allo Scenografo c’è una scenografa di Ancona, la pittrice

MONICA PENNAZZI

Per inventare il mitico palo serve anche la perizia di una donna, non basta la mano di un uomo. Il palo-fallo deve essere plasmato anche da mano femminile. Del resto ‘Sebastiano’ è uomo e donna, incarna il desiderio totale, al di là dei generi sessuali


La Pennazzi è da poco entrata in ‘Corpora’. Pur vivendo ad Ancona, viene spesso al Sud, soprattutto a Napoli per le sue mostre pittoriche, per esporre le sue originalissime ‘Quadrure’. Su Monica ho scritto già altrove perché la sua ‘pittura-scultura’ mi affascina e mi cattura. I suoi corpi, i suoi grovigli, le sue opere materico-simboliche così ricche di ‘pathos’ e di ‘anima’ presentano affinità molteplici con la ‘poetica’ di Corpora. Materia, da una parte, e bisogno di uscirne fuori, dall’altra: tensione verso l’alto. Estrema raffinatezza stilistica, pur nel forte deragliamento dei sensi di ascendenza francese, soprattutto in riferimento ai ‘maledetti’(Baudelaire-Rimbaud-Verlaine). Ricerca, sperimentazione che parte dal suo IO-ragione e che si inabissa nei meandri del sotterraneo interiore. Una discesa agli ‘inferi’ nel lungo tunnel che è attraversato dall’acqua corporea che si scontra con il fluire agitato del sangue rosso nelle vene. Da quel sommerso interiore , dove i colori in antitesi sono il bianco e il rosso, fuoriesce con nitida lucentezza sofferta e lacerata la trama complessa del ‘morbo’ che affligge e tormenta l’anima della ‘poetessa’ della forma-antiforma. Ed è la malattia d’amore, il male che fa bene, la malattia che guarisce, la felicità che procura dolore il motore centrale, ancestrale e sempre rinnovatesi, della ‘poetica’ di Monica. Esile e delicata, graziosa e attenta alle parole e ai gesti, è come un vulcano in quiete apparente che può scoppiare da un momento all’altro. La sua ricerca pittorica ha dato già ottimi frutti, ma lei non smette e percorre altri sentieri. Con noi di ‘Corpora’ si è sentita a suo agio. L’aspettiamo al più presto per riprendere i contatti. E la scenografia del martirio dovrà essere, appunto, contatto con la terra, con la scorza, col reale e simultaneamente tensione verso l’alto, sospiro verso il cielo. L’intreccio-collaborazione tra lei e Carmine creerà sicuramente scintille d’arte e………………………………………………Il locus del martirio sarà doppio: non solo il palo, metafora della tortura, ma anche il giardino delle delizie, del desiderio d’amore e di sesso. Cuscini, frutta, calici, bottiglie (piene ovviamente)! Ed anche qui il TOTEM-TV, mostro sacro, che offre allo sguardo di chi osserva le incantevoli scene del ‘S E B A S T I A N E’ di J A R M A N, il film cult, parlato in latino(un latino non classico, ma più popolare e corrotto). Li nel film i veri significanti non sono le parole, ma i nudi, belli, appetitosi e carnali corpi maschili dei vari personaggi, in primis la bellezza dolce e sensuale del Soldato-Martire di Narbona. Si vedranno solo le immagini senza parole. Quei corpi nei loro incontri-scontri ‘parlano’ più delle ‘parole’. Riferimenti sottesi al ‘nuovo testo’ di Corpora sono, appunto, il film-mito di Barman(chi non l’ha visto, corra ai ripari al più presto), gli Acta martyrum, martirio di Sebastiano ed altri, La leggenda Aurea di Jacopo da Varazze, il mystère dannunziano ‘Le martyre de Saint Sebastien’ e tutte le ‘icone’ pittoriche del’ 500 ad oggi sul ‘corpus’- oggetto di desidero del martire bello. Tutto ciò costituisce il substrato profondo della piéce. Il vero testo è tutto l’insieme delle sensazioni, dei pensieri, dei desideri, delle voglie, delle fantasie, dei turbamenti.. et cetera che l’ICONA-SEBASTIANO, nel corso degli anni, ha stratificato nel mio animo inquieto. Il D E S I D E R I O infinito e antichissimo del ‘CORPUS SEBASTIANI’ si materializza in PAROLE e in AZIONI, in ‘mito’ e ‘rito’ talmente forte è il richiamo dell’ICONA sacre(religiosa in quanto mitica ‘visione’ della bellezza maschile) che l’attrazione esercitata da essa su di me deve assolutamente spezzarsi in frammenti desideranti, schizzati e sparsi ovunque. Per ciò non basta in scena ‘Sebastiano’, ma servono altri ‘corpi’ ed altre ‘voci’.Il desiderio è centripeto e centrifugo: dal palo-gabbia-albero, si irradiano pulsioni-tensioni-voglie e di rimando ad esso si rilanciano le ‘parole’ e le ‘gesta’ degli attori e delle attrici. Il centro è lì: l’O G G E T T O del desiderio è il ‘mito-Sebastiano’. Mito fatto di logoi e di visioni, di carne e d’anima, di dolore e piacere. Mito infinito che si rinnova nel tempo e più il tempo trascorre e si scolora più il mito di Sebastiano s’indora e si rafforza. È il corpus del trafitto che rinasce per poi morire una seconda volta e diventare eterno nella storia infinita dell’Icona doppia e dissacrante. Il vento desiderante che soffia dal suo ‘corpus’, ed è caldo eppur gelato quel venticello che fuoriesce dalle carni, sconvolge l’IO delle anime perse che si aggirano in scena quali fantasmi in cerca di ‘significanza’. Sono i ‘fantasmi’ come già si è detto, di DIOCLEZIANO-l’imperatore porco e di LICINA-la vedova in calore. Ce ne sono altri. Ad esempio c’è LEI-la R:-Glauce di Mimmedea: qui, invece, è ZOÈ-la mulier di Nicostrato, il carnefice-boia. Anche in SEBASTIANO per R: un personaggio ai limiti della follia. Dopo aver recitato per tre volte, in tre performance diverse, sempre la medesima parte di FANNY TARGIONI TOZZETTI, la donna disiata da Leopardi ed amante reale di Ranieri, anche se in verità, come saprete, più complessa ed intricata era la trama del rapporto triangolare maledetto(‘donna dello schermo’ in effetti per Giacomino che, attraverso la finzione dell’amore per lei, niente altro voleva che l’amore di lui, di Totonno), con GLAUCE e con ZOÈ la dolce R: si è dovuta calare in vesti di donne perse, folli, surreali e impazienti, insane, malate e sdoppiate. Il suo monologo è difficile e particolare: Lei, muta, deve parlare con le parole pensate, verbalizzandole come in stato di trance. E quando avviene il ‘miracolo’, il monstrum meraviglioso e barocco della favella riacquistata, la sua lingua deve sciogliersi e riannodarsi al palato. Doppio registro di recitazione, doppia lingua. Infatti cosi dice ad un certo punto:”Si, parlo, loquor, posso pronunciare vocali e consonanti, posso gridare, cantare, sillabare, pronunciare a voce alta il tuo nome: S E B A S T I A N O”. tale frammento testuale deve essere detto in maniera tale da far capire all’Altro(uditorio) che finalmente le parole che fino a poco prima pensate nella mente ora si liberano dall’ostacolo-intoppo della lingua e possono scorrere più limpide e chiare. Bisogna rendere acusticamente a livello di puri significanti i fonemi e calarsi nei panni di chi ‘muto’ riceve la ‘grazia’ dell’eloquio.
E una volta scioltasi la lingua la bellissima moglie del boia potrà dire a voce alta:

“Sì, torturatemi……… sono martire d’amore e dono il mio corpo e la mia vita a lui, il bellissimo Sebastiano………… AH! Come è dolce e bello il martirio per te. Che duri a lungo il tormento d’amore, possa essere eterno e senza sosta. LA MIA LINGUA SINO ALLA FINE DIRA’ SOLO E SEMPRE:
S E B A S T I A N O”.

La ‘muta ZOÈ parla il linguaggio dei segni e dei gesti ed è una sadica: usa infatti, sferze, bastoni, e chiodi, nonché aghi. Si diletta di torture la ‘domina’ servita da schiavi e da schiave. La dolcezza di R: cela la lacuna interiore: la mancanza di ‘logos’, del fiume del discorso ha creato nel suo io interiore un bisogno di ‘eloquio gestuale’ appuntito ed acuminato. Avvezza a lottare nel talamo nuziale aspre battaglie col rude marito boia, amante del sangue e della morte, cerca la lingua, desidera il linguaggio ed il LOGOS perfetto, il mito dolce e bello, ma PAROLA a lei negata, si incarna, per lei, nel soldato di Cristo, Vastiano, il solo che sa calmare la bestia assetata, il feroce DIOCLES.
Nella sua gentilezza R: deve mostrare questo misto di amaro e di morte, di desiderio, bisogno d’amore e di sadismo raffinato. Recitazione in cui conta moltissimo la parola corporea: la prima parte, quella del pensiero chiusa in mente, deve essere come un’eco rallentata. Tecnicamente ho già risolto il problema. La vox si sente in lontananza, ma il ‘corpo’ parla. La seconda parte è l’esplosione della parola come sgrovigliamento, come ai primordi dei tempi. E l’oggetto du dèsir è l’uomo al palo, è intorno a lui che ruotano le parole di lei. Ed è ‘danza’ sadica e masochista: infatti la ‘domina’ che brama ardentemente ‘dissolvi’ in in Sebastiano, viene colpita duramente dai ‘milites’ presenti in scena, immobili e disposi, e dice:


"Si, torturatemi, continuate a colpirmi, battetemi, frustatemi, con duri sassi e con legni appuntiti, squarciatemi il petto…… e mentre mi colpite duramente, IO SOFFRO E GODO PER LUI”.


Di fronte a lei in antitesi-scontro tipicamente femminile, le le donne sono sempre l’una contro l’altra, si odiano, ma nel profondo si amano, c’è LICINA, resa folle dalla ‘passio d’amore’ per il mito, icona, oggetto del desiderio impossibile. Due ‘donne’, due attrici: due diverse bellezze. Lo scontro è tra due ‘corpi’: il primo, quello di R:, più ‘aereo’ e ‘sognante’ e il secondo, quello di S., più ‘pesante’ e ‘carnale’. Apparenza esteriore dell’essere. Entrambe, infatti, nella loro ‘passio dicendi’ sono ‘nemiche’ forti e virili. Eppure Licina lo sa che il ‘corpo’ di Sebastiano è corpo proibito, già dato ad altra, da altri sognato e desiderato. Infatti proprio Licina dice:

Il corpus Sebastiani
è I C O N A
di ferite di sangue di amore e di morte
di ‘passio’ p a s o l i n i a n a”.

Tiburzio è giovane ed è sano. Sebastiano sa distinguere i corpi.

Quando Cromazio con altri si reca in Campania per sfuggire alla persecuzione di Diocleziano, il figlio Tiburzio non va e resta con Sebastiano a Roma. Tiburzio non vuole abbandonare Sebastiano. Ed anche in questo frangente il traduttore, il pio fraticello, legge sotto e traduce sempre a modo suo. Così tiburzio, nel discorso del frate Samuele, è “ giovane avvenentissimo di volto, di tratto delicato, di parola facile” ed è “il beato Tiburzio, nobile figlio del prefetto Cromazio, giovane erudito e santo”!

È vero che in cap.XIX Tiburzio è detto ‘pulcherrimus iuvenis’ anzi si dice che era assai bello di mente. Come in Platone, dunque, i belli con i belli, anzi qui con i bellissimi. Sebastiano predilige la bellezza maschile giovanile.

E di maschi ci sono varie tipologie. Infatti nel cap. XXI( il martirio di Tiburzio) entra in scena un altro ‘Vir’. Un finto cristiano, un infiltrato, un uomo “fraudulentus in omin  sermone et callidus in omin commisso”, “fraudolento in ogni discorso ed astuto in ogni atto”. Di nome Torquato. È un decadente ante litteram Torquato, un dandy d’altri tempi: si acconcia i capelli sulla fronte con perizia di barbiere, fa colazione o pranzo tra i piaceri, assai licenziosamente si concede agli sguardi delle donne, non digiuna né prega, si abbandona al sonno e non ha interesse a star sveglio di notte per innalzare inni a Dio. È infame traditore, spione il bel Torquato: consegna il suo compagno Tiburzio nelle mani di persecutori e si finge anch’egli cristiano. Tiburzio ne rivela la finzione davanti al prefetto Fabiano. Chi è Torquato nel discorso di Tiburzio?

È un uomo che nell’arte della seduzione e nello sbattersi, allettando, si acconcia i riccioli della testa, che sta sempre dal barbiere, che mollemente muove la schiena, che distende l’andatura ondeggiante con passo sfacciato, che tratta gli uomini, i maschi senza riguardi e in maniera assai attenta guarda con ammirazione le donne. Bè, insomma, più chiaro di cosi?

Torquato è una checca e neanche tanto velata. Ha lingua lunga e tagliente, sa mentire, travestirsi da cristiano, ed è gola profonda. Attraverso le sue parole, false( false, ma per lui vere, giacchè chi dice bugie ritiene che esse siano ‘verità’ e quindi il suo dis-corso per lui è vero) Sebastiano appare come un Vir ‘crudelis’ , un persuasore, un ingannatore. Sebastiano dice che tutti gli dei sono ‘daemones’. Inoltre il soldato di Diocleziano “cum sociis suis” , “con i suoi compari” giorno e notte esercita le arti ‘magiche’ ed è occupato  in ‘incantesimi’. Eppure il discorso di Torquato non è tutto falso: ingannatore lo è Sebastiano, veste una doppia identità, pagana e cristiana, persecutore anche. Incita, istiga al martirio. Incanta e attrae con il suo corpo e il suo eloquio. E Torquato si è avvicinato a lui? È stato catturato nella rete. Forse voleva tutto per se il bel Vir, il comandante della guardia pretoriana. Sebastiano , però, adora i maschi, non le checche che si sbattono e ancheggiano come Torquato(a). Da qui lo scontro, la gelosia e l’invidia di Torquato/a che si vendica. Torquato fuoriesce dai ‘canoni’, va oltre il ‘genere’, è un transgender. Sebastiano predilige un solo genere: il maschile. Sebastiano non tocca le donne, è misogino. Torquato ha in sé il maschile e il femminile. E TIBURZIO, innamorato di Sebastiano, si infuria con il ‘trasgressivo’ Torquato e dice al Giudice : “Codesto, che tu vedi, illustrissimo vir, ribollendo di pensieri malati, maliziosi per nessun altro motivo si è unito ai Cristiani, se non per escogitare in che modo mostrarsi a noi quale Cristiano, in che modo affermare con menzogne di essere fedelissimo agli altri”. In fondo, però, Torquato fa quello che fa Sebastino.

Quali sono le accuse di TIBURZIO?

Costui biasima in lui la “Cyclopeam edacitaytem” , “la voracità ciclopica”, “mersum vino pudorem”, “il pudore affogato nel vino”, “sepultam divini nominis sanctitatem”, “la sacralità seppellita del nome divino”.

Avvinazzato e afflitto da voglia di bere e vomita ciò che ha mangiato.

Mastica, beve, vomita. Incolpa i Cristiani, li accusa, incita il giudice contro di noi, porge al giudice che non vuole la spada, per esortarci ad abbassare le nostre cervici ai demoni. Tiburzio legge nell’animo di Torquato e cosa vede? Pensieri di sangue, i veleni del petto nutriti dalla scellerata arte delle sue parole. Brama di sangue in lui, desiderio masochista, dunque, Torquato, gli dice Tiburzio, dichiarati, svelati: metti pure i cavalletti di tortura(strumenti di tortura, di legno, in forma di cavallo), appendi i cristiani, condanna, colpisci, brucia, usa tutte quante le torture, usa tutti gli strumenti di tortura. In Torquato il bellissimo Tiburzio vede il torturatore perfetto, assetato di sangue. Tiburzio è pronto a farsi torturare, lo desidera. Il Giudice, però, fa uscire di scena Torquato e mette alla prova il bel Tiburzio: la prova consiste nel camminare a piedi scalzi su carboni ardenti. Detto fatto. Poi la pena capitale: Tiburzio viene ucciso con un sol colpo di spada. Decapitato. Tiburzio muore per amore di Sebastiano, per gelosia nei confronti Torquato. Le dinamiche intersoggettive sono complesse. Da una parte i dis-corsi dell’IO, dall’altra le pulsioni desideranti dell’ES. L’IO censura e abbellisce, mitizza e metaforizza. L’ES è sangue che ribolle. Il dentro è logos vulcanico. I gesti sono esemplari. Annullamento della vita, del corpo. Torquato riappare. Il suo piano è: eliminare tutti i compagni di Sebastiano. Torquato è un significante attraente? In primis è il soprannome di Tito Manlio che si fregiò della collana d’oro strappata ad un Gallo(un antico francese) da lui ucciso in duello e, poi, significa anche ’adorno di una collana, fregiato di una collana come premio militare’. Il vero significante, però, è connesso al verbo TORQUEO(torcere-storcere-contorcere-TORTURARE-travolgere et similia). È lui il vero torturatore perturbante.

Negli acta le figure più accarezzate e baciate della lingua latina agiografica sono quelle maschili. Pian piano TIBURZIO, uomo del fiume, e TORQUATO hanno preso la scena. Sebastiano è nell’ombra: si rode, si autoflagella, si nasconde e si rivela, e ‘parla’ con la lingua dell’IO. Torquato è lo specchio riflesso di Sebastiano: è l’Es che fuoriesce e straparla. È lui l’aguzzino-boia. Tiburzio è la vittima pura. Il nobile, santo, eruditissimo, eloquentissimo, giovane bello-bellissimo viene sacrificato anche lui. Il prefetto Fabiano gli dice: “restituite te generi tuo”,  “Riconduciti, restituisciti al tuo genere”. E quale il ‘genus’ di Tiburzio? Genus è specie, genere, classe, categoria. Il ‘genus’ Tiburii è genus omofilo. Tiburzio ama Sebastiano. Tiburzio non può confessarlo, dichiararlo. Egli non parla con l’ES. eppure Fabiano lo esorta a rivelare la sua vera ‘natura’. Dice di adorare il’verum deum’, ma per lui il vero Dio è Sebastiano. Perciò, anche per tale motivo, desidera morire. Quando cammina con i piedi sui carboni accesi, è come se mettesse le piante dei piedi su fiori di rosa. Poi tocca a ‘Castulus’, ‘Castolino, il pudico, il casto’, cioè il ‘verginello’. Anche Castolo rivelato quale Cristiano per bocca della gran zoccola, la gola profonda incollanata. Gode Torquato bel mandare a tortura i compagni di Sebastiano, il vir con la collana crede di eliminare gli avversari e di godersi da solo il bel soldato. Non sa che su Vastiano c’è la longa manus di Diocleziano. Castolo viene catturato e gettato in ‘foveam’: ‘fossa-spelonca-antro-cavo-buca-utero’. Ritorna alle origini, nell’utero.

E dulcis in fundo anche Sebastiano è catturato. Non si fa, però, il nome di Torquato. Lo scontro finale è tra il soldato e l’imperatore. Non possono esservi intrusi. Interviene il prefetto e subito l’imperatore chiama a sé il suo prediletto. È la scena finale, l’epilogo del grande amore.

È colloquio tra amanti. È la resa dei conti, immaginate la scena?

Da una parte il vir di clamide e cintura, fallo, rivestito di bianco mantello, casto nell’apparenza, bramoso di sesso nel profondo della carne, dimidiato, diviso e dall’altra l’imperatore grasso, grosso, vizioso e da tempo disioso di incontrare il suo favorito. Cosi dice Diocles:”Ego te inter primos palatij mei sempre habui”, “Io te tra i primi del mio palazzo sempre ho avuto-posseduto”. Dichiarazione precisa. Si noti la vicinanza dei significanti pronominali accostati, attaccati: EGO-TE. Sebastiano –oggetto- possesso dell’imperatore. E poi: la rivelazione del tradimento:”Et tu contra salutem meam in inuriam deorum hactenus latuisti”, “E TU contro la mia sanità-salute fino a questo punto ti sei celato offendendo gli dei”. Come a dire, mi hai tradito, ti sei nascosto, non ti sei fatto più vedere, chissà cosa hai fatto, con chi, contro di me e il mio benessere. E Sebastiano risponde:”Per la tua salus ho sempre onorato Cristo, cioè mi sono offerto ai Cristiani, ho trovato di meglio, non ti pare? Non ne potevo più di stare con te ad adorare pietre”. Non nega il vir in clamide. Non ama più il suo re. Fra i cristiani ha incontrato soldati e carcerati. E poi la condanna. DEja vu. L’abbiamo già vista. E la pia Lucina, quella che nella nostra performance è LICINA, prende il cadavere di notte e lo seppellisce altrove. Questo è il testo. Riletto da me. Decodificato. Il testo, a mio avviso, legittima l’ipotesi di un rapporto tra Sebastiano e Diocleziano. Svela anche il fascino da Sebastiano esercitato su molti: TIBURZIO, sui GEMELLI, su ZOÈ, su CASTOLO, e sullo stesso TORQUATO.

Sebastiano, però, solo alla fine si dichiara. Il suo mutismo, silenzio di fronte alle accuse di Diocleziano è eloquente. Ego- Te. Qui è il punto.

Si indaghi ancora. Lo facciano i professori universitari –gli’esperti’.

La strada gliel’ho aperta e come. La smettano di fare i filologi del CAZZO.

Perché sinora hanno sempre taciuto sullo ‘scandalo’ di Sebastiano?

Hanno forse paura di perdere il posto all’Università? Noi di presentiamo la nostra lettura del mito-rito del bel soldato di Narbona.

E leggiamo sotto le icone pittoriche e verbali. Anzi e lo dico con orgoglio, questa è la prima volta che viene così decodificato il ‘testo’ scritto del martirio del santo ‘gay’. Chi non è d’accordo, protesti pure o più civilmente rinneghi, motivando. Sta di fatto che fino ad oggi non ci viene permesso di rappresentare il nostro scandaloso Sebastiano. Nella performance vi sono altri personaggi. Inventati o presi a prestito da fantasmi testuali. Mi riferisco a Castolo e a Giustino(a).

Altri due ‘attori’, entrati ed usciti, rientrati e . . . .Castolo è interpretato da un giovane gragnanese, ora emigrato a Padova. Vita privata leggermente spericolata fra vino e sesso. Velleità artistiche: tante. Dolcezza giovanile e malizia celata sotto un apparente candore. N.M. Ha voluto lui una parte a tutti i costi. Gliel’ho scritta e l’ha fatta sua, nella performance il giovanetto delicato ed aggraziato è l’ufficiale di palazzo, doppio anche lui come il bel Sebastiano. Anch’egli monologa. Rivela particolari interessanti sulle primitive confraternite cristiane: tutti si amano come fratelli e sorelle, di notte, di nascosto si riuniscono proprio nel palazzo della Bestia. Lì nella reggia di Diocles. Egli è colpito da ‘passio amorosa’: la sua ‘donna’, da lui amata follemente, l’ha tradito. Qui la storia teatrale si confonde con la sfera privata. Dolore e pianto per l’abbandono.

Il dolce e malinconico Castolo trova riparo e rifugio tra le braccia del ‘Pater’-Sebastianus. Anch’egli desidera il tormento delle frecce. Ha sete enorme di sangue. Monologo, breve, ma intenso e denso. Il testo è scritto, è stato già provato. Non so se Nello potrà interpretarlo. È fuggito da Sud, è andato al Nord. Se non ci sarà lui ne troverò un altro. Del resto non era mai puntuale alle prove, spesso non veniva o si dimenticava o aveva altro da fare. Chissà ora cosa sta facendo tra le galline padovane!

Più complessa e scandalosa è la parte di un altro attore che deve essere in scena ‘vir’ e ‘mulier’. Mi riferisco al personaggio di Giustino/a.

Anche qui un attore trovato a caso, per strada. Un giovane delicato e sensibile, un ‘poeta’ di Sorrento, impegnato in un’attività professionale di gran prestigio, è stato lui a fermarmi una sera e a chiedermi, delicatamente, ma anche sfacciatamente, di voler recitare con Corpora. Cosi ha cominciato a frequentare il gruppo, ad assistere alle prove e poi per lui ho scritto la parte ambigua di Giustino/a. perché? Perché gli si addice a perfezione. Diremo solo che si chiama ‘C:’. La parte scritta per lui ha creato perplessità e dubbi nel suo IO: voglio, non voglio, ma come faccio? Mi piace, è bella assai, è straordinaria la mia parte, ma, poi, si viene a sapere nel mio ambiente? Pregiudizi piccolo-borghesi. Consigli malevoli di gente da lui frequentata, forse invidia, chissà. Non mi interessa. Una prima volta il testo scritto per lui è stato ‘strappato’: da chi? Non lo so. Da qualcuno che conosce solo lui. Gli ho ridato una seconda copia e C. l’ha imparata divinamente. Il personaggio è perturbante. È uomo e donna. Più donna che ‘vir’. Giustino/a è innamorato pazzo di Sebastiano. Lui, l’efebico ufficialino, ha perso la testa per il soldatone di Narbona.

Giustino, però, è anche amante del ‘porco ricchione’, del fottutissimo DIOCLES.

Nel suo monologo rivela i particolari intimi dei suoi incontri con il libidinoso Diocleziano. Il suo grande amore è, però, VASTIANO. Rapporto tra i due di natura sado-masochista. Giustino vuole essere martirizzato al posto di Sebastiano:”Io, Giustino-Giustina,

                           desidero essere messo al palo insieme a te

                    per sempre, mio amore infinito

                                             ed eterno”.

“Non voglio che tu sia trafitto dalle frecce dolci e amare,

                       vorrei essere Io al posto tuo”.

E Giustino vuole evirarsi-sacrificarsi e sgozzare la gola schifosa

del porco regale. Una recitazione dolce e terribile, mista di dolcezza e di sangue, di perversione e di fascino. Recitare quasi danzando.

Rivelare il sé maschile e femminile. Mettere a nudo soprattutto la natura femminile. Finora le prove sono andate benissimo. I suoi dubbi, però, persistono ancora. Sia Castolo che Giustino sono ‘ruoli’ delicati.

Recitati con un fil di voce. Solo talvolta le parole devono essere gridate.

I due attori sembrano fatti apposta per quel ruolo.

Si vedrà, quando e se lo show si farà.

                                   Continua . . . . . . . .